It's very clear...
In questi giorni Sky celebra Gene Kelly, una delle personalità più poliedriche dello spettacolo - ballerino, coreografo, attore, cantante, regista e produttore. Alla maggior parte della gente il suo nome non dice un cazzo. Kelly evoca semmai Kelly di "Beverly Hills", che ora recita in una fiction di merda (poveraccia).
Con grande tenacia, prima di arrivare alla definitiva consacrazione con "Cantando sotto la pioggia", Gene Kelly combatté la sua personale battaglia contro lo "star system hollywoodiano" per affermare la cinematograficità della danza. Personalmente trovo che tutto possa essere cinematografico, purché ci parli con il linguaggio del cinema: un linguaggio fatto di immagini più che di parole, fatto di luce, di inquadrature, di montaggi, di movimenti di macchina, stacchi, forme, dissolvenze. Per questo il cinema è così collegato alla suggestione: ciò che più amiamo, del cinema, è proprio ciò che l'immagine èvoca ma non mostra, ciò che cogliamo senza vedere, quel che sentiamo senza che ci venga detto.
"Cantando sotto la pioggia" (1952) è la storia di due star del cinema muto (siamo nel 1927), Don (Gene Kelly) e Lina (Debbie Reynolds). La bella Lina a un tratto comincia a scambiare la finzione per realtà e si innamora veramente del nostro Don.
Trovo che in questo film ci sia una delle più belle rappresentazioni della ribellione e del rifiuto dell'autorità che l'arte abbia mai rappresentato. E' nella famosa scena in cui Gene Kelly canta e danza sotto la pioggia, accompagnato dalla celebre canzone che dà il titolo al film. Don ha appena salutato la bella Katy con un bacio. E' felice: per lui la pioggia che viene giù non è diversa da una bella giornata di sole, così si mette a cantare e danzare in mezzo alla strada, incurante di tutto e di tutti. A un tratto, verso la fine del numero, arriva un poliziotto che - senza dire niente - lo guarda come a dire: "Che cazzo fai?" e Don, con tutta la grazia e la leggiadria di Gene Kelly, lo guarda, gli sorride, chiude l'ombrello, allarga le braccia con uno sguardo che - senza dire una parola - vuol dire di fatto: "Che cazzo vuoi?". Saluta e se ne va. La macchina da presa inquadra in primo piano il poliziotto di spalle e, sullo sfondo, Gene Kelly che se ne va, saltellando e sorridendo ai passanti (il co-regista, insieme a Kelly, è Stanley Donen, quello di "Sette spose per sette fratelli"). Se mi passate il paragone, è un po' la stessa leggerezza e la stessa allegria con cui Chaplin si burla del poliziotto nel "Monello". Poi dice il musical!...
A chi invece non avesse visto "Un americano a Parigi" (regia di Vincent Minnelli, 1951), vorrei segnalare due fra le tante scene memorabili. La prima è il sogno a occhi aperti di Gene Kelly, che danza attraversando scenografie e coreografie ispirate ai dipinti di Dufy, Toulouse-Lautrec, Renoir, Van Gogh, Utrillo. L'altra scena è quella (pluricitata, fra gli altri anche da Woody Allen in "Tutti dicono I love you") in cui Gene Kelly e Leslie Caron danzano sul lungosenna, con Notre-Dame sullo sfondo, accompagnati da una delle più belle canzoni di Gershwin: "It's very clear, our love is here to stay...".
E' impossibile vedendo il film che non vi venga la voglia di andare a Parigi con la persona che amate e mettervi a ballare sul longosenna! Lo potete fare benissimo, nessuno ci farà caso (lì la sera succede ben altro...), ma non adesso, perché d'estate ci fanno la spiaggia.
Morale: se vi sono piaciuti "Chicago" e addirittura "Moulin Rouge", non potete farvi scappare Gene Kelly. Se non avete Sky, andate a cercare i suoi film in videoteca, scaricateli, fate come volete ma guardateli. E' roba che fa bene al cuore.
It's very clear, our love is here to stay
Not for a year but ever and a day
The radio and the telephone and the movies that we know
May just be passing fancies and in time may go
But oh, my dear, our love is here to stay
Together we're going a long, long way
In time the Rockies may crumble, Gibraltar may tumble
They're only made of clay






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