La Ciro's Band al BE BOP
Il Be Bop non è il Jazz Club e questa è una prima verità. La seconda verità è che a Firenze il Be Bop non è assolutamente il Jazz Club. Già i nomi dei rispettivi danno una grossa mano per capire le differenze. Insomma sulla musica ho le mie pretese (non sempre, è chiaro) le quali mi hanno spesso impedito serate al Be Bop. Aggiungici un posto angusto, l’arredamento raccapricciante, la birra annacquata ed ecco che Lucyblade raramente mette piede al localino di via de’ servi. Credo fosse dalla serata dei lontani cugini dei Gallagher che non andavo al Be Bop. E non ne sentivo la mancanza sono sincera. Un giorno un mio carissimo collega e amico diventa semigestore del locale e da musicista indefesso qual è si prende tutti i mercoledì del Be Bop per suonare con la sua rockband. Ed ecco che il Be Bop mi tira fuori un gruppo che la band del Jazz Club non gli lega neanche le scarpe. E se lo dice la Flavia c’è da crederle. Da ieri notte insomma ho deciso che il mercoledì sarà un appuntamento fisso con il Be Bop. Ma non tanto per la bella musica suonata e non tanto per i musicisti bravissimi (nessuno escluso) e nemmeno per il bassista che non so definire se non con un adolescentissimo “bbono”. E’ proprio l’atmosfera che l’animale da palco Ciro riesce a creare: un divertimento sincero nel suono e nel canto che non ti può non arrivare e che ti fa pure dimenticare che una delle persone con cui sei uscita con almeno 3 degli astanti ha intessuto trame da telenovelas come neanche le migliori Veronica Castro o Andrea del Boca. Le trame hanno avuto forti ripercussioni sulla serata, ma la musica può tutto, e quando la musica può tutto tu stai da Dio e il sollazzo domina sul resto! La parte migliore poi sono stati gli stacchetti di Ciro tra un brano e l’altro, annunciati con una serietà manco si apprestasse ad eseguire un requiem: “Cicale” e “Nano, nano” (la sigla di “Mork e Mindy”) suonati come fossero pezzi dei Led Zeppelin. A ripensarci “Nano, nano” sarebbe stato bello dedicarla a Berlusconi …
La morte dei divi
Come sono belli i divi morti di overdose o incidente stradale all'apice del successo! Nel post precedente parlavo di "Anime in plexiglass" … come non pensare a Blade Runner: "La fiamma che brilla col doppio di splendore si consuma nella metà del tempo - dice Tyrell al replicante Rutger Hauer che lui stesso ha creato, - e tu hai bruciato la tua candela da entrambi i lati". Sì, sono proprio belli i miti stroncati dai loro stessi eccessi. John Belushi era solito dire: "Vivi ad alta velocità, muori giovane e lascia dietro di te un cadavere gradevole". Detto fatto: un cocktail di eroina e cocaina lo uccise il 5 marzo 1982, a 33 anni (sì, proprio 33...). Ora, Belushi è morto al momento giusto, e la lista di quelli che come lui se ne sono andati al momento giusto sarebbe lunga e noiosa. Certamente più interessante è la lista dei superstiti, di quelli - cioè - che a un certo punto dovevano morire per salvarsi da un penoso declino e invece hanno scelto di sopravvivere. Ligabue doveva morire nel 1991, dopo il secondo disco ("Lambrusco, coltelli, rose & pop corn"), così ci risparmiava quella merda di "Sopravvissuti e sopravviventi" e tutto lo "show" che è venuto dopo. Ma passiamo ad altro altrimenti mi dicono che sparo sulla croce rossa! I Pink Floyd dovevano morire dopo "The wall" (1979): magari la loro macchina doveva andare a sbattere contro quella di David Bowie (l'ultimo suo album da salvare è infatti "Lodger", sempre 1979). A quei tempi Bob Dylan doveva essersene andato da un po': dopo "Desire" (1976) e comunque prima della conversione e delle beghe familiari. Mike Oldfield, ovviamente, doveva morire subito dopo "Tubolar Bells" (1973): un disco e amen. L'anno dopo doveva toccare ai Rolling Stones, giusto dopo "It's Only Rock'n'Roll" (1974) e prima della defezione dello storico chitarrista del gruppo, Dick Taylor. Springsteen doveva morire dopo "Nebraska" (1982), o al massimo dopo "The rising" (2002). Ma anche adesso può andar bene. Che volete? Dal momento che mi accusano di essere snob, allora tanto vale fare la snob fino in fondo, no?
Brusprìstin de' noartri
Luciano Ligabue nasce a S(Correggio) nel 1960. Nel 1988 Pierangelo Bertoli decide di pubblicare nel suo album "Sogni di rock and roll". Nel luglio dello stesso anno la vittoria al concorso "Terremoto rock" consente a Ligabue di incidere come premio un 45 giri contenente le canzoni "Anime in plexiglass" e "Bar Mario". Nel Maggio del 1990 nasce il primo Lp "Ligabue". Con "Balliamo sul mondo" vince il Festivalbar Giovani e inizia una serie di concerti.
Da qui in poi comincia la sua decadenza musicale, svergognando il proprio cognome in un modo che Ligabue (l’altro, quello bravo) proprio non meritava. È l’inizio del periodo dell’uso e del riuso di materiali avariati. Il tema è sempre lo stesso, vita e vicissitudini dell’uomo medio italiano (brrr!): l’esistenza difficile tra alti e bassi, i colloqui surreali con Dio, l’amico che te lo mette in culo, la donna che profuma (o puzza all’uopo) e fa la zoccola. Tocca picchi di indecenza con il singolo "Il giorno di dolore che uno ha" che a sentirlo il dolore che uno ha si acutizza e se non ce l’hai te lo fa venire. È il periodo in cui Ligabue incomincia davvero ad infastidire: canta da popstar e si atteggia a boss de 'sto cazzo. Si mette anche a scrivere libri, girare film per fare l’artista multisfaccettato, ma a mio parere è soltanto multi-sfacciato. Per entrare nel merito: come cantante approdato alla regia è da annoverare tra il peggio del peggio, secondo solo (forse) alle pellicole di Battiato. Il capitolo scrittura è ancora più triste. Io ho letto (provato a leggere) “La neve se ne frega” (anche il fregarsene ricorre spesso come tema) consigliatomi da persona fidata e non sono riuscita ad andare oltre le 50 pagine: era dai tempi de “La profezia di Celestino” che la lettura di qualcosa non mi dava così sui nervi. Ma poi scusate come cazzo canta Ligabue? Con le "t" all’inglese e le consonanti strascicate alla Bob Dylan de’ poveri: sembra che abbia un rantolo in gola. Il culmine della merda comunque è stato raggiunto questa estate con “L’happy hour” o come cavolo si chiama quella canzone ruffiana che faceva da sottofondo allo spot della Vodafone. La cosa che più mi urta i nervi è che conoscere le canzoni di Ligabue è inevitabile se vuoi fare un minimo di vita sociale perché al bar, al ristorante, in spiaggia, nei negozi, in tv ti ci martellano il cervello. Perché io non posso scegliere la musica che mi pare o al limite il silenzio quando sono in giro? Uno non può vivere sempre con l’ipod nelle orecchie per crearsi la sua colonna sonora ideale! A me poi mi investirebbero dopo 5 minuti. Ma soprattutto perché devo sapere i testi a memoria di canzoni che mi fanno veramente cacare?
Elogio del luogo comune con finale triste
"Meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci" Amico fragile F. De André
Ieri sono stata ad una mostra di pittura contemporanea. E la chiamano arte!!! Quei quadri li sa fare anche il mio nipotino di 5 anni! Non ci sono più i grandi artisti ormai! Vuoi mettere Michelangelo o Raffaello con questi imbrattatele di oggi? Secondo me è stata la Tv che ha rovinato tutto. La tv fa schifo; io non la guardo mai. Ogni tanto le partite, ma il calcio è diventato un business e tutto lo sport non è più come un tempo. E poi la tv è troppo violenta. E' colpa della tv se i bambini sono violenti e uccidono i genitori. Oddio, anche i genitori non sanno educare i figli: la gioventù di oggi è talmente maleducata. Per non parlare della scuola! I maestri non sono più quelli di una volta e i bambini non imparano niente. Quando vanno al superiore ancora peggio; studiano il latino che non serve a niente. Ci vorrebbe un'altra guerra e du' manate date bene! Comunque prima di fare un figliolo bisognerebbe pensarci dieci volte. Un bambino ti cambia la vita, non è mica un giocattolo! Io quando avrò un figlio lo manderò a seguire sin da piccolo un corso d'Inglese, perché l'Inglese è la lingua del futuro. Però non mi sposerò, perché il matrimonio è la tomba dell'amore. Stasera volevo andare a mangiare fuori, ma bona come la roba di casa non la fanno neanche al ristorante. E poi fuori non c'è mai nessuno e non c'è mai niente da fare. Freddo come quest'anno poi non è mai stato. Si va sempre peggio. Al governo chi c'è c'è, non cambia niente, è tutto un magna magna.
E intanto so' sempre i meglio che se ne vanno. Oggi una strage: Bruno Lauzi ed Emilio Vedova
Chiedi chi era De Gregori
In questi giorni la radio ci propone De Gregori che esegue "Diamante", canzone scritta per l'album "Oro incenso e birra" di Zucchero (1989) e ora riproposta dall'autore romano all'interno di una tripla antologia, "Tra un manifesto e lo specchio", in uscita il prossimo 3 novembre. Ora, se c'è uno che ha raccolto più di quanto abbia seminato (http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_De_Gregori ), quello è De Gregori. Vi ricordate quando da ragazzini ci divertivamo a registrare le cassette con lo stereo di casa? Vi ricordate le compilation di Alta fedeltà? Ecco, lui si diverte allo stesso modo, solo che poi questa roba ce la vende a noi. Dal '72 (data del suo primo Lp "Theorius Campus" con Venditti) al 1987, De Gregori pubblica 11 album di tutto rispetto (12 se si comprende anche il live "Banana Republic" con Dalla). Poi comincia la stagione del raccolto. Dall'87, anno in cui esce il primo "greatest hits" ("La nostra storia"), a oggi (ci contiamo anche la "tripla antologia" in uscita a giorni), ci sono più live e più raccolte che album nuovi. Parecchie di più. Fra live e raccolte siamo a 12: 1987, La nostra storia, raccolta; 1990: Musica leggera, live; Niente da capire, live; Catcher in the Sky, live; 1993, Il bandito e il campione, live; 1994, Bootleg, live; 1997, La valigia dell'attore, live; 1998, Curve nella memoria, raccolta; 2002, Fuoco amico, live; In Tour, doppio live con Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Ron; 2003, Mix, doppio lp metà raccolta in studio e metà live; 2006, Tra un manifesto e lo specchio, tripla raccolta. In mezzo a questo rimettere insieme i pezzi, gli album nuovi sono pochi e non tutti memorabili: 1989, Mira Mare 19.4.89; 1992, Canzoni d'amore; 1996, Prendere e lasciare; 2001, Amore nel pomeriggio; 2002, Il fischio del vapore, che comunque è un lavoro di raccolta (ma va?) di canzoni popolari riarrangiate da De Gregori ed eseguite in duo con Giovanna Marini. Grande vena creativa negli ultimi tempi: 2005, Pezzi; 2006, Calypsos. In effetti per trovare due album nuovi consecutivi, cioè non intervallati da raccolte, bisogna risalire la discografia di De Gregori fino ai lontani Scacchi e tarocchi (1985) e Terra di nessuno (1987). Per trovare due album nuovi in due anni consecutivi bisogna andare ancora più indietro: Titanic (1982) e La donna cannone (1983). Ora De Gregori avrà pensato che ci stava abituando male: ecco infatti, dopo due album nuovi a distanza di 11 mesi uno dall'altro, una "tripla antologia" (53 canzoni) di cui, francamente, non sentivamo l'urgenza. Sì, perché De Gregori, con rispetto parlando, non è i Beatles e neanche Freddy Mercury, e ora comincia proprio a fare la cacca fuori dal vasetto. Potrebbe anche finire qui, ma siccome su Onda Rock ho letto la seguente dichiarazione di De Gregori:
"Springsteen ha un suono molto più educato, è un bravo ragazzo. Io musicalmente sono più sporco. Springsteen è un furbacchione del rock, si sente che lui lavora in uno studio [...] Springsteen ha buona volontà, ha studiato, ma la cosa finisce lì"
allora ho provato a fare un rapido calcolo per vedere chi è il furbacchione. Se si va a vedere la produzione discografica di De Gregori (tralasciando i live realizzati insieme ad altri artisti), il nostro ha inciso 390 canzoni. Di queste 165 sono inediti e 225 sono canzoni raccolte nei vari "greatest hits". Eh? Questo vuol dire, tanto per dirne una, che chi ha a casa tutti i dischi di De Gregori si ritrova diverse canzoni ripetute 3 o 4 volte nelle diverse raccolte. Io per esempio ho due raccolte di De Gregori: La nostra storia (1987) e Il bandito e il campione (1993). La nostra storia contiene 14 canzoni: di queste ben 7 sono anche ne Il bandito e il campione (Buonanotte fiorellino, Generale, Viva l'Italia, Rimmel, Alice, Titanic, I muscoli del capitano). D'altra parte tutte quante sono contenute nella nuova (ah! ah! ah!) tripla raccolta. Se Springsteen è un furbacchione tu sei uno che non ha più niente da dire da un bel pezzo. Ritirati, stronzo.
Fibra
Rino e le sue sorelle
Venerdì alla festa dell'Umidità a Firenze c'era un gruppo che ha riesumato la salma di Rino Gaetano. Le sue canzoni hanno creato una folla inaspettata, un monte di gente che non voleva più mandarli a casa... ancora ancora e ancora. Manco Ligabue (bleah!).
Al concerto c'era il nipote di Rino e anche sua sorella che dice non perdersi neanche un concerto del gruppo che suona le cover del fratello.
A riascoltare una sua canzone con l'umore di oggi mi sento un po' sua sorella figlia unica anche io.
Mio fratello è figlio unico
Mio fratello è figlio unico
perché non ha mai trovato il coraggio
di operarsi al fegato
e non ha mai pagato per fare l'amore
e non ha mai vinto un premio aziendale
e non ha mai viaggiato in seconda classe
sul rapido Taranto - Ancona
e non ha mai criticato un film
senza mai prima vederlo
mio fratello è figlio unico
perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone perché è convinto che nell'amaro benedettino non sta il segreto della felicità perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent'anni perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati
In morte di Syd Barrett
Come video mostra, il quadrupede con zampe posteriori valghe che alloggia in casa mia è stato profanato e ieri è divenuto un micio lisergico in memoria ed onore di un grande personaggio scomparso recentemente. È il nuovo Lucifer Sam. Lucifer Sam era un gatto diabolico protagonista di una tipica canzone lisergica di Syd Barrett. La canzone racconta la storia di un gatto (Sam) che ha qualcosa di inspiegabile… Sarà perché Barrett si faceva montagne di acidi e poi componeva. Ecco spiegato l’arcano dello pseudonimo del nostro simpaticissimo amico Pin. Tra l'altro le canzoni lisergiche mi piacciono particolarmente, visto che come tutti sanno Lucy in the Sky with Diamonds (LSD) dei Beatles è una di queste. Insomma tornando alla canzone Barrett è sballato e guarda il gatto e gli sembra che abbia qualcosa che non vada. E’ una canzone del primo album dei Pink Floyd, "The piper at the gates of dawn", scritto tutto da Barrett (1967). Una pietra miliare nella storia del rock, il capostipite della musica psichedelica. I Pink Floyd ci hanno sempre un po' campato di rendita... Poi Barrett si ammalò di mente (si faceva troppo il ragazzo) e allora lo estromisero dal gruppo. E fu sostituito da Gilmour che da parte sua era pure un genio. Barrett andò di fuori quasi subito, durante i concerti sbroccava, tipo faceva sempre lo stesso accordo tutta la sera oppure se ne andava in mezzo alla canzone, balbettava... e pensare che lui all'inizio era anche la voce solista... Ad un certo punto lo estromisero e lo sostituì Gilmour che era suo amico poi più avanti gli avrebbero dedicato Wish you were here, Shine on you crazy diamond... Insomma: lo fecero fuori, ma con affetto. All’inizio il leader fu Gilmour, poi prese potere quel fanatico di Roger Waters, con tutte le sue angosce di merda, e fra i Pink Floyd e il loro pubblico si eresse il famoso muro. Dalla fine degli anni '70 hanno sempre riciclato la stessa roba, non hanno tirato fuori più niente di degno. Quindi: dal genio e sregolatezza di Barrett, al talento maestoso di Gilmour, alle angosciose seghe mentali di Waters. Sono le fasi dell'uomo, giovinezza, maturità, vecchiaia: la storia dei Pink Floyd è una metafora della vita.
It's very clear...
In questi giorni Sky celebra Gene Kelly, una delle personalità più poliedriche dello spettacolo - ballerino, coreografo, attore, cantante, regista e produttore. Alla maggior parte della gente il suo nome non dice un cazzo. Kelly evoca semmai Kelly di "Beverly Hills", che ora recita in una fiction di merda (poveraccia).
Con grande tenacia, prima di arrivare alla definitiva consacrazione con "Cantando sotto la pioggia", Gene Kelly combatté la sua personale battaglia contro lo "star system hollywoodiano" per affermare la cinematograficità della danza. Personalmente trovo che tutto possa essere cinematografico, purché ci parli con il linguaggio del cinema: un linguaggio fatto di immagini più che di parole, fatto di luce, di inquadrature, di montaggi, di movimenti di macchina, stacchi, forme, dissolvenze. Per questo il cinema è così collegato alla suggestione: ciò che più amiamo, del cinema, è proprio ciò che l'immagine èvoca ma non mostra, ciò che cogliamo senza vedere, quel che sentiamo senza che ci venga detto.
"Cantando sotto la pioggia" (1952) è la storia di due star del cinema muto (siamo nel 1927), Don (Gene Kelly) e Lina (Debbie Reynolds). La bella Lina a un tratto comincia a scambiare la finzione per realtà e si innamora veramente del nostro Don.
Trovo che in questo film ci sia una delle più belle rappresentazioni della ribellione e del rifiuto dell'autorità che l'arte abbia mai rappresentato. E' nella famosa scena in cui Gene Kelly canta e danza sotto la pioggia, accompagnato dalla celebre canzone che dà il titolo al film. Don ha appena salutato la bella Katy con un bacio. E' felice: per lui la pioggia che viene giù non è diversa da una bella giornata di sole, così si mette a cantare e danzare in mezzo alla strada, incurante di tutto e di tutti. A un tratto, verso la fine del numero, arriva un poliziotto che - senza dire niente - lo guarda come a dire: "Che cazzo fai?" e Don, con tutta la grazia e la leggiadria di Gene Kelly, lo guarda, gli sorride, chiude l'ombrello, allarga le braccia con uno sguardo che - senza dire una parola - vuol dire di fatto: "Che cazzo vuoi?". Saluta e se ne va. La macchina da presa inquadra in primo piano il poliziotto di spalle e, sullo sfondo, Gene Kelly che se ne va, saltellando e sorridendo ai passanti (il co-regista, insieme a Kelly, è Stanley Donen, quello di "Sette spose per sette fratelli"). Se mi passate il paragone, è un po' la stessa leggerezza e la stessa allegria con cui Chaplin si burla del poliziotto nel "Monello". Poi dice il musical!...
A chi invece non avesse visto "Un americano a Parigi" (regia di Vincent Minnelli, 1951), vorrei segnalare due fra le tante scene memorabili. La prima è il sogno a occhi aperti di Gene Kelly, che danza attraversando scenografie e coreografie ispirate ai dipinti di Dufy, Toulouse-Lautrec, Renoir, Van Gogh, Utrillo. L'altra scena è quella (pluricitata, fra gli altri anche da Woody Allen in "Tutti dicono I love you") in cui Gene Kelly e Leslie Caron danzano sul lungosenna, con Notre-Dame sullo sfondo, accompagnati da una delle più belle canzoni di Gershwin: "It's very clear, our love is here to stay...".
E' impossibile vedendo il film che non vi venga la voglia di andare a Parigi con la persona che amate e mettervi a ballare sul longosenna! Lo potete fare benissimo, nessuno ci farà caso (lì la sera succede ben altro...), ma non adesso, perché d'estate ci fanno la spiaggia.
Morale: se vi sono piaciuti "Chicago" e addirittura "Moulin Rouge", non potete farvi scappare Gene Kelly. Se non avete Sky, andate a cercare i suoi film in videoteca, scaricateli, fate come volete ma guardateli. E' roba che fa bene al cuore.
It's very clear, our love is here to stay
Not for a year but ever and a day
The radio and the telephone and the movies that we know
May just be passing fancies and in time may go
But oh, my dear, our love is here to stay
Together we're going a long, long way
In time the Rockies may crumble, Gibraltar may tumble
They're only made of clay
Mestieri
Cesare Cremonini dovrebbe andare a fare il macellaio. Il cantautore non si addice ai testi delle sue lagne e al suo cognome.
Falling Stones
Keith Richards ha battuto i' capo dopo essere caduto da una palma alle isole Fiji. Ora vabbé che sei il chitarrista dei Rolling Stones e ti senti ggiovane dentro ma tu c'hai 62 anni e poi anche ne avessi 25 che cosa ti spinge a salire su una palma ( e soprattutto a cadere)? La prima cosa che mi viene in mente è che volesse salvare un povero micetto rimasto bloccato
(se ne vedono tutti i giorni)! Mi suggeriscono invece che fosse strafatto con la più classica delle allucinazioni. Prendiamo come buona la seconda. L'episodio già grottesco di proprio diventa paradossale se penso che nel cassetto delle mutande conservo ormai da tre mesi preziosissimi biglietti per concerto Milano San SIro 22 giugno tribuna prezzo euro 63. Qui si vocifera di rimandare tutte le date... io non vorrei che andando troppo in là qualcuno a caso del gruppo mi morisse.
I lontani cugini dei Gallagher

Ieri sera mi sono fatta convincere (con poco) ad andare a questa famosa serata delle birra, paghi 10 euro all’entrata e bevi birra quanto vuoi. Una di quelle serate dove ai cessi c’è sempre la fila. Ci aspettavano al locale Daniel il collega/compagno di bevute di Filippo e il compagno di casa di Daniel. Quando sono uscita per telefonare ho scoperto che ad allietare la serata alcolizzante sarebbero stati i lontani cugini dei Gallagher arrivati direttamente dalla Barbagia. La simulazione era notevole anche nell’abito e nella capigliatura di tutti e tre, una cover band con tutti i crismi, pure troppo. I miei compagni di bevuta erano già stati svezzati dagli adolescenti di Oristano e parlavano di altre serate sardo-brit-pop con i membri del gruppo al completo. Ieri sera potevamo godere solo di tre dei miniLiam (o miniNoel). Il cantante probabilmente è entrato nel gruppo dopo i primi litigi tra i rissosi fratelli della Gallura perché era di Crotone ( e secondo me avrebbe fatto meglio a cantare Rino Gaetano). Non ho ancora capito la decisione del gruppo di far cantare lui che il chitarrista era molto più bravo! Certo era più brutto e meno sicuro nella classica posa oasis con busto in avanti e mano incrociate dietro la schiena, ma forse era solo per la salvaguardia dell’immagine e delle urlanti ragazzine (chi le ha viste?). Potevano però vantare tre fan in piedi alle mie spalle in riga, tutti e tre bassi, tutti e tre slavati e scuri di capelli, con la frangiona schiacciata sulla fronte e i ciuffi laterali appiccicati alle orecchie. Facevano play back e le sapevano tutte.
Nella foto non si vede un granché, ma il tipo sulla sinistra aveva dei capelli che risuonavano l’eco dei genitori bramosi di un barbiere per il figlio adolescente (non parrucchiere gay). Il taglio risaltava i lineamenti del volto (si notavano solo le orecchie, il naso e i labbroni) rendendo difficile quasi impossibile la distinzione dello stato di evoluzione (homo erectus o homo sapiens?). Quello sulla destra invece assomigliava tanto ad un ragazzo (sardo tanto per cambiare) che veniva a lezione con me all’università e aveva un accento forte almeno quanto il nero del folto monosopracciglio. Che fossero sardi l’ho scoperto solo grazie allo spirito socializzante di Filippo che è andato a farci due chiacchiere; talmente avevano fatto loro il metodo stanislavskij che a conclusione delle performance sussurravano “Thank you” con notevole pronuncia. Facevano rigorosamente cover degli Oasis, ma secondo me se chiedevamo qualcosa di diverso riuscivamo a strappargli una canzone di Daniele Groff. Io mi son fatta grasse risate per tutta la sera soprattutto quando quelli del tavolo di fronte al nostro sulle note del cavallo di battaglia “Don't look back in anger” hanno intonato i cori da stadio della fiorentina.
Rosalia de Souza

Forse il concerto più molesto della mia vita, dopo quello di Capossela 'mbriaco. Lei bravissima e bellissima come sempre, come quando andai a sentirla due anni fa... quanti ricordi. Tutta un'altra atmosfera allora. Ieri un pubblico di merda come non ne ho mai visti: vocio a destra e a manca neanche ci fosse stato Malgioglio sul palco. Ma di tutti i chicchiericci, gli urletti, fischietti e compagnia bella c'erano due figure che spiccavano: le adolescenti più fastidiose di questo sistema solare. Chiatte, con manie di protagonismo trash e ormone in salita. Gracchiavano "Erica Erica!" mentre Rosalia cantava (chi cazzo fosse poi sta Erica non si è saputo) e quando la canzone finiva si fogavano a dire "BRAVA BRAVA" come fedeli fan... Non mi era mai capitato in anni di onorata carriera spettatricistica di sentire un cantante riprendere il pubblico in quel modo continuando a fare "sssssccccc". Ad un certo punto Rosalia si è proprio rivolta ad un paio di persone pregandole di fare silenzio e dicendo che se erano venute al concerto dovevano sentire la musica. Volevo sprofondare. Per tutta la sera mi sono vergognata a morte per tutti quelli che facevano casino, mi era venuta la tachicardia per l'orso che mi era montato. Volevo mettere le mani addosso a quelle troiette, ma mi sono limitata a dire loro che avevano rotto, di andarsene. Ho continuato a lanciare loro degli sguardi assassini (cinesi come dice il tot), ma dopo la mia sfuriata c'hanno preso ancora più gusto. . . sto rimpiangendo di non avere loro almeno pestato i piedi. Stronze






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